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I "dieci giorni" che creano tensioni nel mondo del lavoro
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Noi padri vi diciamo
che il congedo paternità...
ANDREA STERN


In fin dei conti si parla di poca cosa. Dieci giorni per la nascita di un figlio. Se si considera che in media gli uomini fanno meno di due figli, significa meno di venti giorni a testa sull’arco di una vita. Ma secondo gli oppositori il congedo paternità è inopportuno. Costa troppo, a maggior ragione in un periodo carico di incertezze come quello attuale. Inoltre, secondo gli oppositori, il congedo paternità non sarebbe una misura efficace per rilanciare la natalità. "Un figlio è un impegno per oltre vent’anni - nota l’imprenditore Michele Moor -, non credo che due settimane di ferie in più possano fare la differenza".
I promotori dell’iniziativa popolare che ha portato alla votazione del 27 settembre invece ritengono che questi dieci giorni siano il minimo che la Svizzera possa fare per favorire l’uguaglianza tra uomo e donna, nonché per favorire la conciliazione tra vita privata e professionale. Del resto anche con un congedo paternità di dieci giorni il nostro Paese resterebbe tra i meno generosi d’Europa. C’è chi fa molto di più. E proprio l’anno scorso l’Unione Europea ha deciso di obbligare i suoi Stati membri a concedere almeno 10 giorni ai neopadri. Ora tutti gli Stati hanno tempo fino al 2022 per adeguarsi. La Svizzera potrebbe precederli.


Perché sì - Alessandro Speziali
Il deputato del Plrt, al suo secondo figlio, fa appello alla responsabilità reciproca
"È legittimo sostenere le nascite, sono fondamentali per la società"

Lo scorso 25 agosto Alessandro Speziali è diventato padre per la seconda volta. E ha preso un congedo paternità, spalmato su più settimane. "Ho la fortuna - dice il deputato del Plrt - di avere un datore di lavoro che concede cinque giorni flessibili. Inoltre posso lavorare almeno in parte da casa senza che l’operatività della fondazione ne risenta".
A cosa serve il congedo paternità?
"Serve a essere presente nel momento in cui si rientra a casa. Per contribuire a curare il bambino, per dare il cambio alla mamma, per permetterle di riposare e di conciliare l’arrivo del figlio con il resto della vita privata o professionale".
Quindi solo per essere da supporto alla donna?
"Direi piuttosto per una questione di interscambiabilità dei ruoli. Anche perché oggi il nucleo familiare tradizionale non è più la regola".
Non si rischia così di distruggere il modello familiare tradizionale?
"Mi sembra un allarmismo infondato. In passato se non avevi una famiglia tradizionale eri visto come una specie di pericoloso rivoluzionario. Oggi se hai una famiglia tradizionale sei visto come un vassallo medievale. Io credo che nel 2020 ognuno debba poter essere libero di fare quello che vuole".
Ma il congedo cambierà l’organizzazione familiare?
"Al di là di qualsiasi congedo, è la famiglia a decidere come spartirsi i ruoli. Lo Stato e le aziende possono dare un aiuto ma poi sono i genitori a decidere come organizzarsi e strutturare la famiglia".
Anche la nascita di un figlio è una questione privata. Perché lo Stato dovrebbe "immischiarsi"?
"La nascita di un figlio non ha soltanto una dimensione privata. È anche qualcosa di fondamentale per la società, ne garantisce la continuità e la sostenibilità".
Il congedo però ha un costo non irrilevante.
"Evidentemente siamo in un periodo difficile. Ma il congedo ha un costo ragionevole e legittimo, proprio perché legato a qualcosa di fondamentale per l’individuo e la società".
Non teme che le piccole aziende possano trovarsi in difficoltà?
"In certe aziende l’assenza di un dipendente potrebbe farsi sentire a livello operativo. Per questo ritengo sia una buona cosa spalmare i giorni del congedo, dove possibile, in modo da poter aiutare in casa senza creare problemi all’azienda. Non dimentichiamolo: anche i datori di lavoro hanno un ruolo importantissimo per il benessere nella società".
È possibile trovare questo tipo di accordo?
"Ci vuole senso di responsabilità. Anche il dipendente deve essere pronto ad andare incontro alle necessità dell’azienda quando questa ne ha bisogno".
Quindi il dipendente deve in un certo modo ricambiare il congedo paternità?
"La vedo diversamente. Ritengo che la pace sul lavoro non sia solo arrivare a compromessi nei contratti formali. È anche essere riconoscenti da una parte e dall’altra. Se un giorno la mia azienda è a corto di personale devo essere pronto a fare qualcosina in più, anche di mia spontanea iniziativa. Bisogna avere un rapporto franco tra dipendente e datore di lavoro, improntato sulla riconoscenza reciproca".
a.s.


Perché no - Michele Moor
L’imprenditore di area Ppd, padre di quattro figli, ritiene che le priorità siano altre
"Non possiamo permettercelo, piuttosto si spostino le vacanze"

Padre di quattro figli, Michele Moor crede nella famiglia. Ma non nel congedo paternità. "Introdurlo adesso - sostiene l’imprenditore - sarebbe da irresponsabili".
Signor Moor, perché la Svizzera non potrebbe permettersi il congedo paternità?
"In questo momento particolare non sappiamo cosa ci riserverà il futuro. Gli effetti negativi della pandemia non li abbiamo ancora visti. Non mi sembra il caso di accollarci nuove spese".
Si parla di 250 milioni di franchi all’anno.
"Con i costi indiretti si arriva a 1 miliardo all’anno. La priorità dovrebbe piuttosto essere focalizzata sul rifinanziamento dell’Avs e dell’Ai, poiché se si va avanti di questo passo avremo seri problemi".
Si riferisce all’invecchiamento della società?
"Certo. Purtroppo bisognerà chiedere contributi sempre maggiori ai datori di lavoro e ai lavoratori. Perché avremo pochi giovani che dovranno pagare per tanti anziani".
Non sarebbe quindi utile rilanciare la natalità?
"Certo che lo è. Ma io credo che fare un figlio sia una questione di amore, non di soldi o di congedi".
Il congedo paternità non potrebbe essere comunque un aiuto?
"Fare un figlio è un impegno per almeno vent’anni. Non credo che un uomo decida di fare un figlio solo per due settimane in più a casa".
Non ritiene che la presenza del padre nei primi giorni di vita sia importante?
"Sì, ma oggi quasi tutti hanno cinque settimane di vacanza all’anno. Le si può pianificare in funzione della nascita. Del resto penso che nessuno faccia vacanze particolari negli ultimi mesi di gravidanza o con un bambino di pochi mesi".
Lei è stato a casa dopo la nascita dei suoi figli?
"Sì, ho spostato le mie vacanze. Inoltre nei mesi successivi ho cambiato i miei orari di lavoro in modo da tornare prima a casa e aiutare mia moglie".
Quindi il padre serve.
"Quando il bambino è piccolo dorme quasi tutto il tempo e quando si sveglia cerca la madre. Chiaramente anche il padre serve, soprattutto per aiutare la madre ed eventuali altri figli in casa. Ma questo lo può fare anche andando al lavoro".
Le due settimane di congedo non potrebbero essere una sorta di ricompensa?
"Non metto in dubbio che sarebbe bello avere anche 4, 6 o 10 settimane di congedo paternità. Ma bisogna essere realisti. Non tutte le buone idee possono essere concretizzate a spese della collettività".
Come altro immagina di rilanciare la natalità?
"Penso che il calo delle nascite sia più legato a una questione sociale che economica. Il problema è che oggi viviamo in una società più egoistica".
Si potrebbe comunque intervenire economicamente?
"Io ero ad esempio favorevole al bonus bebè. Penso che dare dei soldi alle famiglie sia molto più utile che concedere due settimane di ferie ai padri".
E per le madri?
"Bisogna aiutarle a conciliare meglio il lavoro e la famiglia. Io nel mio piccolo cerco di farlo. Ho una dozzina di dipendenti, di cui la metà sono donne. Alcune sono mamme che lavorano part-time. Possono scegliere loro la percentuale di impiego e i giorni in cui lavorare".
a.s.
12.09.2020


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