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I dieci punti fermi della ricerca sulla pandemia
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Tutte le certezze
sul coronavirus
ROBERTA VILLA, MEDICO E GIORNALISTA


Uno degli aspetti che rende più difficile la gestione della grave crisi sanitaria che tutto il mondo sta vivendo è l’incertezza. Il coronavirus che l’ha scatenata è nuovo, nuova e senza precedenti nella nostra epoca una pandemia di queste dimensioni. In questo quadro, tuttavia, abbiamo alcuni punti fermi, che possiamo considerare ormai accertati. Eccoli.

Il coronavirus sconosciuto fino a pochi mesi fa, e che ora sta mettendo alle strette l’umanità, è stato chiamato Sars-Cov-2 perché ha un’alta affinità genetica con il virus responsabile della Sars. Deriva con ogni probabilità da un virus che infetta i pipistrelli, con cui condivide circa il 90 per cento del genoma. Il genoma del virus è costituito da Rna, una molecola simile al Dna, che in virus come questi ne sostituisce la funzione.

Non sappiamo se la prima infezione di un essere umano sia avvenuta direttamente da un pipistrello o sia passata attraverso un altro animale, che ha fatto da ospite intermedio. L’analisi degli scienziati ha portato però a ritenere che questo primo evento scatenante sia avvenuto nell’autunno del 2019, forse a Wuhan, in Cina. Ci sono poi volute settimane perché a dicembre si manifestassero le prime polmoniti, tutte in qualche modo correlate a un grande mercato della città cinese.
Tutti i dati scientifici disponibili sono concordi nel ritenere che non sia verosimile l’origine artificiale del virus, che cioè sia stato in qualche modo prodotto in laboratorio, per ricerca o per scopi bellici, negli Stati Uniti o in Cina, e che quindi possa essere sfuggito al controllo o addirittura diffuso deliberatamente.

È certo che il virus si trasmette attraverso le goccioline di saliva che si liberano con la tosse, gli starnuti o anche parlando da vicino. Sì è ritrovato anche nelle feci e nei bagni utilizzati da pazienti infetti, ma non è ancora chiaro quanto questa modalità di diffusione possa essere rilevante. Ugualmente è ancora da definire il ruolo della persistenza del virus in ambienti ristretti (come quelli di un ascensore) o sulle diverse superfici: quanto sopravviva, in quali condizioni, quali siano le quantità di particelle virali vitali eventualmente necessarie per un contagio. Di certo è più difficile prenderlo all’aria aperta che in un ambiente chiuso.

Sappiamo inoltre che il periodo di incubazione, tra il contagio e le prime manifestazioni della malattia, è in media di 5 giorni, ma può essere molto più breve o più lungo, fino a due settimane. Per questo le misure di isolamento e quarantena in genere fanno riferimento al criterio dei 14 giorni, sebbene siano riportati casi in cui i primi sintomi sono comparsi anche dopo tempi più lunghi.
Il periodo di maggiore contagiosità va dalle 24 ore precedenti l’inizio del malessere ai primi giorni immediatamente successivi, ma la positività del tampone, che testimonia la presenza del virus nelle prime vie aeree, può prolungarsi anche oltre i 20 giorni dall’esordio.

Nella maggior parte dei casi i disturbi sono molto lievi e così generici da essere poco riconoscibili: febbricola, tosse secca, debolezza, mal di gola o raffreddore. In questo periodo, tuttavia, in cui la stagione influenzale è finita e in generale è passato il tempo dei tipici malanni invernali, chiunque riconosca questi sintomi, tanto più se accompagnati da dolori ai muscoli o alle articolazioni o perdita di gusto e olfatto, deve considerarsi potenzialmente infetto e stare attento ad avvisare il proprio medico o i numeri di emergenza se avverte difficoltà a respirare. Possono comparire anche manifestazioni cutanee o disturbi neurologici.

I casi gravi si manifestano per lo più con una polmonite, anche se sta emergendo l’importanza della risposta infiammatoria dell’organismo nel peggiorare la situazione. Questa sembra particolarmente rilevante all’interno dei vasi sanguigni, dove innesca meccanismi di coagulazione del sangue che possono provocare trombi o emboli. Per questo si sta aggiungendo, alla terapia con antivirali e/o antinfiammatori, anche quella con un anticoagulante come l’eparina.

Non esiste tuttavia al momento una cura di provata efficacia, a parte la somministrazione di ossigeno quando la sua disponibilità nel sangue scende sotto una soglia preoccupante e le cure di supporto. Sono però partiti diversi studi nei vari centri, a livello europeo e perfino mondiale - questo, Solidarity, sotto l’egida dell’Oms - per mettere alla prova diversi approcci terapeutici e capire quale può essere da preferire per evitare le conseguenze più gravi della malattia.

Almeno una quarantina di gruppi al mondo sta lavorando con diverse tecnologie a un possibile vaccino, che rappresenterebbe la soluzione ideale al problema, qualora fosse sicuro, efficace e si potesse produrre su una scala sufficiente da poter essere somministrato a centinaia di milioni di persone, se non a tutta l’umanità. La sfida non è facile, perché tra le grandi domande che gli scienziati si stanno facendo c’è quanta sia e quanto duri la capacità del sistema immunitario di mettere in campo una vera protezione contro il virus. Ma gli scienziati amano le sfide, e non si arrenderanno tanto facilmente.
19.04.2020


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