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La fragile alleanza in Israele fatta di partiti ex nemici
Immagini articolo
Tutti contro Netanyahu
ma in ordine sparso
LORENZO CREMONESI


Sino ad ora ha prevalso la "pars destruens", ma molto più complicato sarà tenere in piedi quella "costruens". Valeva per la filosofia di Francesco Bacone e senz’altro si applica bene per descrivere la situazione politica israeliana di questi giorni. In altre parole: ben otto partiti israeliani si coalizzano per defenestrare finalmente il premier Benjamin ("Bibi") Netanyahu dopo 12 anni ininterrotti di governo. Sulla carta dispongono adesso della maggioranza di oltre 61 deputati (sui 120 complessivi della Knesseth) per mettere in minoranza il Likud di "Bibi". Il successo sembra a portata di mano. Anche se il voto di fiducia dovrebbe tenersi tra una settimana, e la situazione non è detto che non muti. Netanyahu è un lottatore nato. La stampa israeliana sta già raccontando dei suoi sforzi "in ogni direzione" per evitare di lasciare la sua poltrona. Un evento che, tra l’altro, comporta per lui personalmente rischi gravissimi, visto che perdendo l’immunità garantita dal suo ruolo potrebbe venire processato per "corruzione". L’eventualità di passare direttamente dall’ufficio di primo ministro al carcere non è per nulla da escludere.
Tuttavia, anche ammesso che il nuovo governo dovesse nascere con successo (e al momento sembra davvero possa avvenire), la strada resta tutta in salita. E qui vale il riferimento a Bacone. Il collante della coalizione entrante è rappresentato infatti dal comune desiderio di battere "Bibi". Vince la parte distruttiva. Ma su tutto il resto le forze che la compongono sono estremamente divise tra loro, anzi, in molti casi sono in scontro aperto. Governare assieme appare virtualmente impossibile. Vi si trovano, per esempio, i sei deputati del Meretz, il partito dell’intellighenzia ashkenazita della sinistra pacifista. Al cuore della loro politica c’è la necessità del compromesso territoriale e la nascita di uno Stato indipendente palestinese nelle zone di Cisgiordania e Gaza occupate al tempo della guerra del 1967. Le loro istanze a favore di un dialogo moderato con i palestinesi sono rappresentate dal leader centrista Yair Lapid.
Contro di loro si allinea il fronte di idee e movimenti che fa capo a Naftali Bennett. Un fronte che raccoglie i coloni più radicali, fanatici che parlano apertamente della "superiorità del sangue ebraico", considerano "inalienabili" i diritti del "popolo eletto" sulle zone bibliche di Giudea e Samara. Soltanto tre decenni fa, al tempo degli accordi di Oslo tra gli allora premier israeliano Yitzhak Rabin e leader palestinese Yasser Arafat, venivano considerati del tutto marginali. Poi però un loro militante assassinò Rabin, che accusò di essere un "kapò traditore". Il processo di pace sulla base del principio della "resa della terra in cambio della pace" si bloccò nel Duemila. E da allora in realtà non si è più mosso. Come possono dunque Lapid e Bennett sedere allo stesso governo? L’accordo prevede la "rotazia". I primi due anni sarà premier Bennett, poi toccherà a Lapid di portare a termine la legislatura. La stessa formula utilizzata nei primi anni Ottanta tra il Likud di Ytzhak Shamir e il labour di Shimon Peres. Allora non funzionò. Shamir fu al potere per la sua metà. Ma poi la crisi di governo impedì a Peres di sostituirlo.
Oggi molto interessante è la partecipazione dei quattro deputati della lista araba Raam. Rompe un tabù. Ma è tutto da capire come Raam possa coesistere con Bennett.
05.06.2021


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