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Dopo l'arresto del giornalista Protasevich
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Ora i profughi bielorussi
tremano anche in Polonia
ALESSANDRO RICCI DA VARSAVIA


C’è un palazzo nel distretto governativo di Varsavia. Dalla finestra sventola una bandiera bianca e rossa con un cavaliere sul suo destriero. È la "Pahonia", lo stemma storico della Bielorussia - sulla quale si è abbattuta anche la scure delle sanzioni americane dopo quelle europee - proibito da Alexander Lukashenko, e effige dell’opposizione. Telecamere e polizia presidiano l’entrata del palazzo, al cui interno una decina di persone organizzano la resistenza contro il regime bielorusso. È la sede del media indipendente Nexta, fondato dal 22enne Stepan Putilo, che ha coordinato le proteste dell’estate 2020.
Con 2 milioni di follower tra il canale YouTube e quello Telegram, la piccola redazione di Varsavia si occupa di indagare sugli episodi di corruzione che riguardano Lukashenko e il suo entourage. Roman Protasevich, il giornalista arrestato a Minsk dopo l’atterraggio forzato del volo Ryanair verso la Lituania, è stato redattore capo della piattaforma fino allo scorso autunno.
"Dopo il dirottamento dell’aereo di Roman siamo preoccupati per la nostra sicurezza. Il sequestro di un aereo dimostra che Lukashenko non si farà fermare da nulla. Ormai non ci sentiamo più al sicuro nemmeno qui", dice Putilo, che teme di essere il prossimo sulla lista del Kgb, il servizio segreto bielorusso, per il ruolo che il media ha svolto nella rivolta bielorussa. "Roman viene probabilmente picchiato e minacciato di tortura. È uno dei peggiori nemici per il regime, ma per noi è una delle figure principali".
La Polonia, spesso criticata per aver limitato la libertà dei media, per gli attivisti bielorussi è diventata un’oasi di libertà. Sempre più bielorussi lasciano il paese e raggiungono i paesi vicini, ad eccezione della Russia. Non ci sono numeri esatti, ma si stima che in Polonia ci siano circa 20.000 rifugiati. Secondo le autorità polacche nel 2020 c’è stato un aumento del 1000% nelle richieste di asilo. Tra coloro che hanno fatto richiesta ci sono Micha e Alexey, nomi di fantasia, di 17 e 18 anni, scappati da Minsk lo scorso autunno quando la ritorsione del governo ha cominciato a colpire anche i minorenni. Nel giro di un giorno hanno ottenuto il visto turistico e non hanno fatto più ritorno. Non vogliono farsi fotografare, temono ritorsioni. Mostrano sul cellulare una foto insieme a Roman Protassevich.
"È terribile quello che è successo, ho paura che possa accadere a chiunque. Ci sono ancora molti rifugiati nella stessa situazione di Roman e anche loro volano su queste rotte. Per esempio la nostra presidente Tikhanovskaya", dice Micha, forse pensando a sua madre che ha ottenuto un visto per la Polonia ma non le viene permesso di lasciare la Bielorussia. "Ci sono alcuni leader politici che stanno preparando una vera guerra qui." E a Micha fa eco Alexey. "Non so se una transizione verso la democrazia possa avvenire in modo pacifico o violento, Lukashenko ha un apparato di potere allineato, a volte sembra che la Bielorussia diventerà la futura Corea del Nord."
Entrambi attendono una risposta dura da parte dell’Ue. La stessa che auspica Putilo. "L’Ue deve intervenire con delle sanzioni economiche dure verso il regime bielorusso e classificarlo come terrorista, isolandolo completamente dalla comunità internazionale". E proprio per questa motivazione davanti alla rappresentanza della Commissione europea di Varsavia due studentesse bielorusse, Bazena Schamowich e Stanislawa Glinnik, hanno iniziato lo sciopero della fame. "Chiediamo una reazione immediata e decisa, la Bielorussia ha bisogno delle sanzioni non tanto contro le singole persone quanto contro le imprese statali".
29.05.2021


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