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Il lavoro dei servizi segreti sotto la Torre Eiffel
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Le trappole sessuali cinesi
per "arruolare" spie a Parigi
GUIDO OLIMPIO


Gli autori della splendida serie tv "Le Bureau de Legends" hanno materiale fresco, storie di spie, doppiogioco, tradimenti, furbizie e ingenuità. Tutto preso dalla realtà francese. Un’estate rocambolesca per chi vive nell’ombra e per chi la segue.
L’11 luglio un tribunale condanna due ex funzionari della Dgse, l’intelligence esterna. La loro colpa è grave: hanno passato informazioni alla Cina, un’attività condotta mentre erano ancora parte dell’amministrazione. Un’azione profonda, con conseguente pesanti. Il caso è la conferma dei timori delle autorità di Parigi, Pechino punta i segreti economici e industriali, non risparmia risorse, è abile nel trovare agganci e in qualche situazione ricorre alle trappole di miele, ossia ragazze che organizzano trappole sessuali.
Non hanno invece dovuto sforzarsi troppo i nord coreani: un alto dirigente dell’amministrazione era ed è un convinto ammiratore di Kim Jong un. Non ha mai nascosto il suo debole per il regime asiatico, era pronto a tutto per aiutarlo. Anche a rivelare dati importanti. Che gli sono costati l’arresto.
Tutto molto più complicato nella vicenda emersa nella seconda metà di luglio. Caso dai troppi aspetti oscuri. Una pattuglia, messa in allarme da una segnalazione, ferma due persone a bordo di un’auto rubata a Creteil (Val de Marne). La vettura ha la targa falsa, all’interno una pistola con munizioni. I fermati rivelano di essere paracadutisti collegati al servizio azione della Dgse, giurano di essere in missione speciale. Ma la versione ufficiale smentisce tutto.
I due spiegano di preparare un agguato contro un’esperta di insonnia e poi tirano dentro dei complici. Una coppia di militari e due personaggi che bazzicano il mondo della sicurezza e non sono distanti dal mondo delle barbe finte. Si fatica a credere che dietro questo team ci sia una questione personale: la donna avrebbe dovuto essere eliminata su incarico di presunti rivali. Questo è quello che ribadiscono durante gli interrogatori. Viene da chiedersi come funzioni il sistema di controllo in apparati così delicati, anche se non è la prima volta e la Francia è in buona compagnia. È un classico. Si usa una scusa privata per proteggere ciò che non si può ammettere ufficialmente. Il "complotto di Creteil" rientra in questa categoria o davvero gli aspiranti killer stavano regolando dei conti?
Sui giornali ricordano un precedente. Nel settembre 2018 la magistratura apre un’indagine su due 007 andati in pensione e sospettati di preparare un agguato contro il generale Ferdinand Mbaou, un esule congolese trasferitosi da tempo sul territorio francese e già sfuggito ad un attentato. Sono sentieri inquietanti, nebulosi, opachi. Che lo diventano ancora di più quando nel marzo di un anno fa uno degli agenti coinvolti è assassinato in Alta Savoia, vicino al confine con la Svizzera. Un’esecuzione in un parcheggio. Omicidio irrisolto. Forse è legato al dossier africano o - come ipotizzano - a faide connesse con le ex repubbliche sovietiche dove la vittima ha lavorato. Sapeva di essere nel mirino.
Non è finita. Il 21 agosto la polizia arresta un colonnello dell’esercito in servizio nella base Nato di Napoli. L’ufficiale, terminato un periodo di vacanza, era pronto a tornare alla sua scrivania. Per gli inquirenti ha consegnato materiale top secret ai russi, una talpa formidabile in uno snodo strategico.
12.09.2020


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