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L'arresto di Bannon manda in crisi la rete populista
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L'ingloriosa caduta
del guru dei sovranisti
ALESSANDRA BALDINI DA NEW YORK


Per le avanguardie sovraniste di mezzo mondo è stata una bella batosta: l’arresto nel mare di Long Island dell’ex ideologo di Donald Trump, Steve Bannon, ha agitato le acque della politica internazionale già mosse dalla confluenza di due eventi: l’incoronazione di Joe Biden alla guida della sfida a Donald Trump negli Usa mentre in Russia Aleksei Navalny, il grande oppositore al potere assoluto del capo del Cremlino Vladimir Putin, andava in fin di vita con sintomi di avvelenamento.
Leader dei movimenti etnonazionalisti che avanzano dalla Russia all’Europa passando per l’Italia con una tappa anche in Ticino,  Bannon (uscito su caudzione) è finito in manette sullo yacht del tycoon cinese Guo Wengui - misterioso miliardario del cemento e socio di Mar-a-Lago - dopo mesi passati in mare ingurgitando dosi di idrossiclorochina per sfuggire al coronavirus. L’accusa, umiliante, da "furbetti del quartierino", è di aver orchestrato una truffa da 25 milioni di dollari ai danni dei sostenitori delle politiche xenofobe di Trump a cui erano stati chiesti contributi per costruire privatamente parte del muro al confine con il Messico. Fondi solo in piccola parte usati per la causa e in realtà spartiti tra i co-indagati: oltre a Bannon, che da solo avrebbe intascato un milione di dollari, il veterano dell’Air Force Brian Kolfage, Andrew Badolato e Timothy Shea.
Le incriminazioni segnano una nuova battuta d’arresto nel tentativo del guru dei sovranisti di restare rilevante dopo aver lasciato la Casa Bianca tre anni fa. Bannon da allora si è rifatto una vita politica soprattutto all’estero, viaggiando per il mondo e stabilendo contatti con leader populisti: l’Italia scelta come testa di ponte di una manovra per scardinare l’Unione Europea anche per aver dato i natali al controverso filosofo Giulio Cesare (Julius) Evola, beniamino delle alt-right globali, dai neofascisti italiani degli ‘60 e ‘70 ai greci di Alba Dorata, a Gabor Vona, il leader dei nazionalisti ungheresi di Jobbik, a Aleksandr Dugin, l’ideologo di Putin.
Stabilite "alleanze strategiche" in Vaticano con gruppi arciconservatori contrari a Papa Bergoglio, in Italia Bannon aveva trovato sponda nella nuova Lega di Matteo Salvini, nella cui vocazione autoritaria a base di nazionalismo etnico si riconoscevano movimenti apertamente fascisti come Forza Nuova e Casa Pound. Tassello chiave del progetto avrebbe dovuto essere la scuola internazionale per leader sovranisti che l’ex stratega voleva installare nella Certosa di Trisulti sotto l’ombrello del Dignitas Humanae Institute fondato dal britannico Benjamin Harnwell e presieduto dal cardinale Raymond Burke, acerrimo nemico del Papa. Un progetto ambizioso, finito su un binario morto l’anno scorso per decisione del Ministero per i Beni Culturali: mancavano i requisiti previsti dal bando per la concessione a privati di immobili del demanio dello Stato.
Nel centro benedettino Bannon aveva sperato di dar vita a una "scuola di gladiatori per guerrieri della cultura", ma il fallimento dell’iniziativa non aveva fermato la costruzione della tela. Con l’abbazia di Trisulti che spariva dal suo orizzonte, nel marzo 2019 l’ex ideologo di Trump aveva fatto rotta in Svizzera (dove aveva incontrato l’Udc Roger Köppel) e tappa in Ticino, dove era stato anche ospite del finanziere Tito Tettamanti. A Lugano di lì a poco sarebbe passato Dugin a teorizzare il sogno di un impero euroasiatico guidato da Putin in una conferenza promossa da Fratria, associazione culturale che ha tra i suoi sostenitori l’ex udc Roger Etter. Si era parlato allora di un asse Ticino-Mosca in cui sarebbero entrati banchieri, imprenditori, manager, politici e amministratori, avvocati e lobbisti. Un network sovranista anche con una base, dunque, nella Svizzera italiana.
22.08.2020


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