Il parlamento di Edimburgo verso lo scontro con Londra
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Lo 'strappo' scozzese
mantiene bandiera Ue
ALESSANDRO CARLINI DA LONDRA


L’europeista Scozia non ammaina la bandiera dell’Ue anche se è passato il fatidico Brexit Day e il Regno Unito ha detto addio all’Unione. Edimburgo vorrebbe che fosse solo un arrivederci e così è stato deciso dal Parlamento locale di Holyrood questo gesto simbolico denso di conseguenze. Si preparano mesi di forte tensione con Londra e col premier Boris Johnson, al quale si contrappone la leader scozzese Nicola Sturgeon, risoluta "first minister" che guida il  partito indipendentista Snp, pronta a lottare per il ritorno della sua "nazione" nell’Ue tramite una storica secessione dalla Gran Bretagna.
"È un momento di profonda tristezza", ha ammesso la leader scozzese in un discorso pubblico mentre invece a sud del "confine" i Brexiters d’Inghilterra festeggiavano quella che secondo loro è stata una vera e propria liberazione dai vincoli imposti da Bruxelles. Sturgeon invece ha dichiarato di provare una grande rabbia perché la Scozia (nel referendum 2016 sulla Brexit) "ha votato per restare nell’Ue" e ora può solo "sperare" di vedere rispettata la sua volontà "attraverso l’indipendenza". Così riparte la battaglia per un secondo referendum secessionista, dopo quello perduto dall’Snp nel 2014. Battaglia che in realtà non si è mai fermata. "Abbiamo il mandato dagli elettori e dal parlamento scozzese per un referendum, ora il nostro compito è persuadere la maggioranza della gente in Scozia a sceglierla", ha tuonato Sturgeon, indicando la strategia che il suo esecutivo intende seguire. Da un lato mantenere la pressione costante su Londra e su Johnson che ha già risposto con un secco no alla richiesta di una nuova consultazione, sostenendo che, come si era detto nel 2014, doveva essere una "in una generazione".
Sturgeon non ci sta, perché in pochi anni è cambiato tutto, e in particolare con la Brexit le nuove generazioni rischiano di non avere le stesse opportunità di quelle precedenti. E quindi Edimburgo vuole andare avanti sulla sua strada, evitando però strappi politici e puntando all’obiettivo di "indyref2", il nuovo referendum nel gergo mediatico-politico. Il processo da seguire, e su questo la leader è stata chiara, deve essere "legale e legittimo": per arrivare a un voto che passi dall’autorizzazione di Londra, con la concessione formale dei poteri a Edimburgo, evitando le soluzioni drastiche, come accaduto in Catalogna, per non ritrovarsi con una consultazione popolare che non venga poi riconosciuta a livello internazionale. Perché il fine ultimo è tornare in Europa e questo non può essere fatto con scorciatoie o prove di forza che non raggiungono l’obiettivo.
Nella strategia della "first minister" prevale la necessità di raccogliere un sempre più vasto consenso tra gli scozzesi. Se infatti nel referendum sulla Brexit del 2016, il 62% degli elettori ha votato per restare nell’Unione (contrario il 38%), in quello per l’indipendenza dal Regno, tenutosi due anni prima, il 55% si era espresso contro la secessione e il 45% in favore. Gli equilibri sono cambiati dopo l’addio all’Ue e secondo l’ultima rilevazione di YouGov i favorevoli alla secessione da Londra sono ora il 51% degli scozzesi, mentre il 49% restano contrari. Fra le possibili opzioni della leader dell’Snp c’è anche la via estrema, quella legale, che consiste nello scontro diretto col governo centrale, portando di fronte a un tribunale la decisione di respingere un nuovo referendum voluta da Johnson. Il rischio è comunque quello di vedersi respingere il ricorso, rallentando di molto la marcia verso l’indipendenza.
02.02.2020


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