Gli ultimatum di Boris Johnson, "premier in pectore"
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Il Trump inglese
che va alla guerra
ALESSANDRO CARLINI DA LONDRA


"Come what may", comunque vada. Boris Johnson è categorico nella sua prima promessa, quella di portare il Regno Unito fuori dall’Ue entro il prossimo 31 ottobre qualsiasi cosa accada, una delle tante che il paladino dei Brexiteers sta mettendo sul piatto, giorno dopo giorno, per conquistare la poltrona cui ambisce da una vita: quella di primo ministro britannico.
Mentre Theresa May è pronta ad andarsene dal numero 10 di Downing Street e alla Bbc confessa tutta la sua delusione per come le cose sono finite, al suo posto si prepara ad entrare in campo l’ex ministro degli Esteri ed ex sindaco di Londra. Per realizzare la sua ambizione più grande è pronto a offrire di tutto ai cittadini del Regno, che molto probabilmente se lo troveranno come premier dopo che un ristretto numero di iscritti Tory, 160mila, lo avranno eletto, preferendolo all’altro candidato, Jeremy Hunt.
Le votazioni interne al partito conservatore si chiudono il 22 luglio e il risultato verrà annunciato il giorno seguente. L’esito per quasi tutti è scontato, col favorito Johnson che già si atteggia da nuovo leader Tory e "premier in pectore". Pur di portare a termine nei tempi previsti la Brexit, dopo la tragica figuraccia continentale della May che non ha trovato il sostegno del suo Parlamento, il paladino degli euroscettici potrebbe ricorrere a misure estreme. E sventola come una minaccia la possibilità di "sospendere" Westminster, prorogando a ottobre la convocazione della Camera dei Comuni (e quindi di lasciarla transitoriamente chiusa) per il tempo necessario al prossimo governo di procedere senza ulteriori dibattiti a un eventuale divorzio "no deal" dall’Ue. Un’ipotesi che ha scatenato le critiche dell’opposizione ma anche dei "veterani" conservatori, come l’ex premier John Major, che parla di caso "assolutamente inaccettabile" e si prepara addirittura a presentare un ricorso giudiziario. L’ex primo ministro ha ammesso che il nuovo governo ha sulla carta il potere di agire in questo senso, con un solo placet, quello della regina, che per ragioni di rispetto istituzionale non potrebbe mai negarlo. Ma ha aggiunto che se un atto della sovrana non può essere contestato di fronte alle corti, "l’indicazione del governo lo può essere". Secca la replica di una fonte vicina a Johnson secondo cui l’opposizione alla Brexit ha mandato Major "completamente fuori di testa".
Intanto il favorito nella corsa per il dopo May rilancia su tutti gli altri fronti, promette sgravi fiscali ai ceti più abbienti, ha già in mente un sistema di immigrazione a punti di tipo australiano per limitare tutti gli ingressi nel Paese, dall’Ue e non, promette di risolvere la questione annosa del pensionamento fra i medici, di dare decine di milioni agli agricoltori scozzesi una volta che i vincoli con la politica agricola europea non ci saranno più. E, ancora, è pronto a tutelare i reduci che rischiano un processo per le violenze commesse in Irlanda del Nord. Boris è quindi un po’ conservatore e un po’ populista, e soprattutto con lo sguardo rivolto a ricette già adottate dal presidente americano Donald Trump, come la riduzione della pressione fiscale. E fra i due c’è già una certa intesa, emersa ancor di più negli ultimi giorni col caso dell’ambasciatore britannico negli Usa, Kim Durroch, dimessosi dopo la pesanti critiche al capo di Stato Usa. Di fatto è come se fosse stato messo alla porta da Trump, con la tacita scrollata di spalle di Johnson, accusato in patria di aver "tradito" il diplomatico.
Lanciato verso la vittoria finale, sembra proprio che il gaffeur Boris non abbia più nemmeno paura delle cadute di stile.
14.07.2019


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