Le tensioni fra India e Pakistan e quelle fra Trump e Kim
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La linea rovente
sul fronte orientale
GUIDO OLIMPIO


Due crisi storiche hanno riacceso il fronte orientale: la prima nello scontro armato India-Pakistan, la seconda con il fallito vertice tra Donald Trump e Kim Jong-un ad Hanoi.
Indiani e pachistani si sono scambiati duri colpi nella regione contesa del Kashmir in un ciclo simile a quello visto in Medio Oriente. Attacchi di estremisti, incursioni, rappresaglie, accuse, dinamiche di politica interna. Il 14 febbraio militanti kashmiri dello Jaish-e-Mohamed hanno rivendicato la strage compiuto da un kamikaze contro un reparto di agenti. Oltre 40 le vittime. New Delhi ha atteso qualche giorno, poi ha sferrato un raid aereo contro i militanti sostenuti dai pachistani. Operazione ad effetto per reagire all’affronto e placare l’opinione pubblica, furiosa per il massacro. Islamabad non ha perso tempo a rispondere con una battaglia tra caccia, con l’abbattimento di almeno un Mig 21 indiano. Il pilota è stato catturato. Da qui nuove minacce, movimenti di truppe e cannonate lungo i confini.
Un dossier che ruota attorno a tre cardini. Il conflitto mai risolto tra i due rivali, protagonisti dal 1971 di ripetuti eventi bellici ed entrambi dotati di arsenale nucleare. La questione del Kashmir: i separatisti, con la copertura dei pachistani, conducono attività di guerriglia e terrore, l’India reprime aumentando la tensione. Infine la contingenza: tra due mesi si vota e il governo indiano può aver colto l’occasione per serrare i ranghi usando il blitz. Solo che questo tipo di scenari possono diventare incontrollabili. Inoltre l’uso di fazioni radicali da parte dei servizi di Islamabad - denunciata in passato dagli Usa che hanno tagliato aiuto consistenti - è un fattore destabilizzante. Può essere un elemento "allettante" per mettere in difficoltà l’avversario, ma al tempo stesso creare situazioni pericolose.
Il premier pachistano Imran Khan ha provato a raffreddare la temperatura, ha invitato al dialogo dimostrando "buon senso", ha annunciato il rilascio del pilota. Caso chiuso? Probabile che nessuno voglia accendere una guerra totale, ma nel contempo i "guerrieri" non sono disposti a sotterrare l’ascia.
Ci sono sempre le armi - atomiche - all’origine del mancato accordo Trump-Kim. Il leader voleva la fine di tutte le sanzioni offrendo in cambio lo smantellamento di un solo sito nucleare. Troppo poco anche per The Donald, che braccato dai problemi legati all’inchiesta sulla sua campagna elettorale poteva avere l’interesse a concludere un patto. Il Maresciallo, con il disperato bisogno di risorse economiche, ha cercato il grande risultato, ma – come tutti sapevano - non è disposto a rinunciare ai suoi apparati strategici. Il "re rosso" - pressato anche dalla sua nomenklatura in divisa - li considera un vero scudo per la sua sopravvivenza, fisica e politica.
Il presidente Usa, di solito poco abituato ad ascoltare i suoi ministri, alla fine ha accolto i suggerimenti alla prudenza. Non è da poco. Atteggiamento che conferma come le tante indiscrezioni su basi segrete nel Nord non siano solo il frutto di una manovra dell’intelligence, ma abbiano invece un fondamento concreto sui sotterfugi del regime. Le prossime settimane diranno se Kim eviterà di riprendere i test e manterrà aperto un canale di comunicazione. È nell’interesse comune evitare disastri, non è detto che ci riescano.
03.03.2019


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