La svolta della Lega dall'indipendentismo al sovranismo
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Il camaleontico Salvini
e la crociata verso sud
DAVID ALLEGRANTI DA ROMA


Il leader del carroccio, Matteo Salvini, conquista Roma con una manifestazione imponente. Piazza del Popolo gremita. Circa 80 mila i supporter, stando alla Lega. Gli altri, i "No Tav" e il Movimento 5Stelle si riprendono Torino con una lunghissima sfilata.  La giornata di ieri, sabato, ha visto il governo "gialloverde" dividersi le piazze. Con minor fortuna per i 5Stelle, contestati a Torino dal movimento degli anarchici che hanno accusato il vicesindaco della città, Guido Montanari, di svendere le battaglie dei "No Tav". Nel tardo pomeriggio s’è poi visto il sindaco Chiara Appendino. Assenti però i ministri 5stelle. Bagno di folla invece nella capitale per Salvini, entrato in scena sulle note di "Vincerò"della Turandot.  Ha detto di voler governare con buonsenso, ma non è mancato il consueto attacco all’Europa degli "zerovirgola". Ha chiesto il mandato per  trattare con l’Ue,"Non come ministro ma a nome di 60 milioni di italiani che vogliono lasciare ai loro figli e nipoti un’Italia migliore".  Ha ringraziato il collega pentastellato, il viceministro Luigi Di Maio, assicurando che  "il governo durerà 5 anni: non lo faccio saltare per un sondaggio". Avvertendo inoltre che "non si introdurrà alcuna tassa". A Torino, benedetti da un post di Beppe Grillo, sono sfilati oltre 50 mila persone al grido di  "No Tav". Inevitabile il confronto numerico con la manifestazione di novembre dei "Sì Tav", che aveva visto 40 mila persone in  piazza Castello.


"Quella in cui ho militato per vent’anni era la Lega che aveva come simbolo Bobby Sands, non Marine Le Pen. È evidente che questa Lega è e sarà un’altra cosa". Così disse qualche anno fa Marco Desiderati, ex sindaco del comune di Lesmo, in Brianza, ed ex deputato della Lega (ho riportato quella frase nel mio libro su "Matteo Le Pen", pubblicato da Fandango nel 2016).
Desiderati descriveva bene lo smarrimento della classe dirigente e della vecchia base di fronte alla trasformazione della Lega Nord da partito "single issue", per l’indipendenza della Padania, a partito generalista. Una rivoluzione. "Matteo Salvini - spiegò ancora Desiderati - ha compiuto un miracolo, ha preso una Lega al 3 per cento e l’ha portata, non solo nei sondaggi, a percentuali molto consistenti. Per fare quell’operazione, però, ha mutato pelle alla Lega e la Lega è diventata un’altra cosa. Fare meglio di Bossi, che ha compiuto un capolavoro, nel campo dell’autonomia e del federalismo, era difficile. Ora si dice l’Italia o si salva tutta insieme o non si salva. Bossi non l’avrebbe mai detto".
La Lega a guida Salvini negli ultimi anni si è mossa secondo due direttrici: in Europa ha cercato un’alleanza contro le élite (con sovranisti però molto attenti al proprio "particulare", vedi il cancelliere austriaco Sebastian Kurz) e in Italia ha cercato di sfondare nel Centro, nelle cosiddette ex "regioni rosse", ma sopratutto nel Mezzogiorno. Lo slogan salviniano è adesso "Prima gli italiani" e della vecchia Lega di Desiderati non sta rimanendo più nulla. La Lega sta persino per abbandonare anche formalmente il Nord come unica ragione sociale. Oggi infatti esistono due entità separate, entrambe guidate da Salvini: una è la vecchia Lega fondata da Umberto Bossi, destinata a diventare una fondazione, l’altra è la nuova "Lega per Salvini premier", fondata nel dicembre 2017, che non ha nel suo statuto l’indipendenza della Padania.
La Lega cento per cento salviniana, si legge nello statuto, "promuove e sostiene la libertà e la sovranità dei popoli" e si appresta, dopo aver conquistato quasi tutte le regioni del Nord Italia, a ottenere consensi elevati anche altrove. Una cavalcata un tempo impensabile. Prendiamo la Toscana, regione significativa per la sua tradizione politica legata fino a poco tempo fa soprattutto al centrosinistra. La Lega ha conquistato città in cui fino a cinque anni fa non avrebbe mai immaginato di vincere, come Siena o Pisa. Oppure prendiamo il Mezzogiorno, dove il Carroccio sta crescendo dopo un inizio quantomeno incerto. Nel 2014 il segretario leghista presentò a livello locale la lista "Noi con Salvini" e i risultati furono modesti. Oggi, stando ai sondaggi, al Sud dovrebbe essere tra il 15 e il 20 per cento. Numeri dunque che si stanno consolidando, anche se c’è un problema enorme con la classe dirigente che la Lega ha imbarcato in questi anni. L’ossatura leghista nel Mezzogiorno è costituta da ex dirigenti della destra italiana, molti eletti infatti provengono dalla tradizione del Msi e di An. Non proprio il nuovo che avanza.
Ma al segretario della Lega tutto questo non interessa. Per ora l’obiettivo è vincere la prova di forza con i Cinque stelle - e la missione è quasi riuscita - come dimostra anche la manifestazione di ieri a Roma, con leghisti arrivati da tutta Italia. Il duello non si consuma solo in piazza ma soprattutto nella scrittura della legge di bilancio, visto che entrambi i contraenti del patto di governo (Lega e Cinque stelle) hanno promesso molte cose e i rispettivi elettorali hanno comprensibilmente delle aspettative molto alte. Salvini per il momento ha un vantaggio: è il suo momento. Tuttavia, la storia politica di Matteo Renzi, già capo dei progressisti italiani, insegna che ci vuole poco ad assaltare con successo il cielo e a sfracellarsi rovinosamente. Salvini dovrebbe stare attento a non peccare di tracotanza.
09.12.2018


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