In 7 anni almeno 400mila morti e 12 milioni di profughi
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La guerra che ha ucciso
la società civile in Siria
LORENZO CREMONESI


Iniziò sette anni fa come un movimento di protesta popolare che, guardando specie agli esempi di Tunisia, Egitto e Libia, chiedeva democrazia, criticava la corruzione e il nepotismo, ma soprattutto cercava di cambiare decenni di povertà nella dittatura oppressiva imposta da minoranze privilegiate. Da subito Bashar Assad e la sua Nomenklatura li definirono "terroristi" al soldo di oscure potenze straniere (non ultimi i soliti minacciosi "sionisti" e l’immancabile Cia), oppure seguaci di Al Qaeda. In realtà le origini della protesta furono confuse: raccoglieva vecchi comunisti e liberali, giovani, studenti, donne, Fratelli Musulmani moderati ed estremisti jihadisti. Nelle prime batture in tanti chiedevano libere elezioni, contro quelle finte e sfalsate che avevano sempre caratterizzato il partito Baath nella sua declinazione adattata alla dinastia Assad e la minoranza alawita che la sostiene. Il regime reagì immediatamente come aveva sempre reagito: con la repressione brutale, le armi da fuoco contro le manifestazioni, le torture in carcere, le minacce terribili ai famigliari degli arrestati. Il vecchio Hafez Assad aveva represso nel sangue la rivolta di Hama nel 1981 (forse oltre 20.000 morti in poche settimane), perché il figlio Bashar non avrebbe potuto fare lo stesso?
Una delle differenze importanti fu che adesso c’erano i social media, la globalizzazione al servizio della libera informazione e delle immagini. Le bugie del regime erano più difficili da nascondere. E soprattutto i tam tam della mobilitazione erano più facili da fare rullare. La repressione non riuscì a quietare le rivolte. Tutt’altro. Oggi il numero dei morti varia a seconda delle fonti da quasi 400.000 a oltre 600.000. I feriti sono almeno tre volte di più. Ma ciò che impressiona sono le distruzioni, l’imbarbarimento sociale, la fine della società civile, la fame, e soprattutto i movimenti di popolazione. I siriani profughi all’estero sono oltre cinque milioni e mezzo. Gli sfollati interni superano i sei milioni. I danni alle strutture urbane sono incalcolabili.
Già alla fine del 2011 la guerra civile interna stava cambiando identità. Alle manifestazioni popolari si sostituivano i gruppi armati. Tra agosto e dicembre la gente si organizza. Ma dall’estero cominciano ad affluire i volontari della jihad, qaedisti inveterati che hanno fatto della guerra in nome di Allah la loro professione. Sono i mercenari dell’estremismo che saranno poi le avanguardie di Isis. Occorre aggiungere che il regime è ben contento della loro esistenza. Assad la "shabiha", le formazioni paramilitari al suo servizio, uccidono metodicamente gli oppositori moderati. L’esistenza dei jihadisti permette di criminalizzare tutta l’opposizione. Una volta che i rivoluzionari, compresi gli ex ufficiali del suo esercito diventati disertori e ora militanti con il nuovo Esercito Siriano Libero, possono venire bollati come i campioni dell’eversione jihadista. Per la comunità internazionale diventa molto più complicato premere per la defenestrazione del regime. E infatti anche Barack Obama rinuncia a mettere in atto la sua promessa di intervento militare americano nel caso il regime di Damasco ricorra alle armi chimiche. Nel 2013 Assad spara bombe non convenzionali. Ma gli Stati Uniti tradiscono le promesse e non intervengono. È allora che si intensifica invece l’aiuto militare russo, assieme a quello iraniano e delle milizie sciite dell’Hezbollah libanese, a fianco dell’esausto esercito lealista siriano.
Così, già tre anni dopo il suo inizio, la guerra civile siriana si complica. I curdi nel nord est rafforzano la loro enclave semi-indipendente. Isis si trincera attorno a Raqqa e la zona di Idlib. Aleppo diventa il più grave centro di  battaglia urbana. A farne le spese sono i civili. Le milizie jihadiste e Isis impongono la loro interpretazione intollerante del Corano. Ankara guarda con sospetto crescente ai curdi, che pur se aiutati dagli americani nella guerra contro Isis, vede come pericolosi eversivi alleati del Pkk in Turchia. Da allora Assad si rafforza. I suoi alleati non lo abbandonano. Anzi. Oggi il quartiere di Ghouta, alla periferia orientale della capitale, sta cadendo soprattutto grazie ai raid russi e dalla presenza della guerriglia di Hezbollah. La rivoluzione appare stanca, battuta. Isis è circondato in piccole enclave a ridosso del confine con l’Iraq. I curdi sono pronti a collaborare con Damasco. Assad sembra posizionato per vincere nel breve periodo. Ma il Paese è profondamente diviso. Solo pochi profughi sono pronti a tornare. Ha vinto la logica della forza. La pacificazione interna non c’è.
18.03.2018


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