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Gabriele Lavia
Immagini articolo
"Non venite a parlarmi
di streaming per il teatro"
MARINA CAPPA


Nella casa romana di Trastevere, da cui esce giusto per mantenersi in forma salendo e scendendo la scalinata lì vicino, Gabriele Lavia è solo. La moglie, l’attrice Federica Di Martino, è in giro per acquisti e tocca a lui rispondere al fruttivendolo che da sotto urla: "Aho, dove consegno?". "Dovrebbe essere un condominio signorile, ma è tutto un ‘annamo’, ‘famo’, ‘aho’", commenta con la bella voce impostata di chi fa teatro da quasi 60 anni (ne ha 79, ma per vezzo si definisce ottantenne), e con quell’ironia delle piccole cose che ama sempre mescolare alla serietà delle grandi.
Sbrigata la pratica verdura, in attesa di dover aprire a Federica che "non ha le chiavi e per prigrizia non se le porta mai", ricominciamo a chiacchierare al telefonino. Che non va chiamato smartphone perché di quelli gliene hanno già regalati due e lui se ne è prontamente liberato: "Mi sono anche applicato per imparare a usarli, poi ho capito che mi avevano cambiato il carattere, mi urta quel gesto col ditino di aprire una pagina, io voglio il bottone. Così uno smartphone l’ho regalato a mia suocera, la quale in mezza giornata già telefonava, chattava, whatsappava" (l’uso appropriato della terminologia, garantisce, è merito della frequentazione di figli e moglie).
Restando in tema di tecnologia, prendiamo il tablet: "Molti leggono i libri su quell’attrezzo, ma piuttosto io smetto di leggere e scrivo. Scrivo tutto a penna, rigorosamente con stilografiche a inchiostro, niente cartucce. Ne ho tante e la mia preferita come pennino è della Lamy, che è anche una delle più brutte penne del mondo perché è passato il designer e l’ha rovinata. Il designer è una delle maggiori calamità del pianeta: appena arriva, un oggetto diventa inutilizzabile".
Sistemato anche il mondo del design, Gabriele Lavia passa al cinema che ormai sarebbe in estinzione, fatto fuori dai telefonini che al tempo stesso "hanno ucciso l’intelligenza dell’uomo". Intanto però ha appena ultimato il suo nuovo film da regista, che riprende lo spettacolo da Pirandello L’uomo dal fiore in bocca, con l’aggiunta di molte parti virtuali. Come sarà distribuito ancora non lo sa. L’importante però è non citargli la parola "streaming": "Mi dà un attacco di nervi. Oggi si fa tutto streaming, anche il teatro. Ma non si può. Come scopare: si scopa non streaming, almeno io".
Passando ad altri schermi, la televisione va bene vederla per i telegiornali e nient’altro. Anche quando magari trasmette un’opera come il Barbiere di Siviglia ambientato fra platea palchetti e palcoscenico del teatro Costanzi di Roma vuoto, con la regia di Mario Martone: "Una buona idea, ma ne ho visto soltanto un pezzetto, il teatro in tv viene malissimo e l’opera dopo pochissimi minuti mi rompe le palle".
Un pensiero positivo Lavia lo riserva invece alla Svizzera, dove "mi è capitato in passato di lavorare e mi sono trovato molto bene. Amo la Svizzera. Perché è pulita e perché le persone sono ordinate e osservanti delle regole. In più, mi piace perché gli spettatori sono molto attenti".
Ordine e disciplina rendono anche le sale teatrali oggi "l’unico posto sicuro: il pubblico sa molto bene qual è il suo ruolo, se ne sta seduto in platea, ben distanziato, ognuno al suo posto. Ci sono regole che è importante osservare. Tanto più in questo periodo in cui tutti hanno paura di morire. Io paura? Spero di non ammalarmi, lei non mi vede quindi posso toccare in maniera apotropaica i miei attributi maschili: è una buona cura, una delle poche che funzionano contro il virus".
Dopo gli scongiuri, l’auspicio: realizzerà finalmente quel Re Lear che da anni vorrebbe dirigere e interpretare, dopo aver preso parte all’edizione diretta da Strehler nel 1972? "Mi piacerebbe ma non so se ci riuscirò, volevo portarlo a Taormina però non hanno i soldi, così quest’estate farò Il berretto a sonagli di Pirandello. Chissà, forse non è destino".
01.05.2021


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