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Fogli in libertà
Camèdo, Fàido, Lagnau...
gli svarioni della lingua
RENATO MARTINONI


Proviamo fastidio quando i germanofoni chiamano Basodìno il pizzo Basòdino, con l’accento sulla i invece che sulla o, oppure Fàido il paese di Faìdo, e dicono Àmbri invece di Ambrì, Camèdo in luogo di Càmedo (a dire il vero capita di ascoltare amenità del genere, compreso il Lagnau invece di Langnau, anche alla nostra italofonissima Rsi…). Non meno intrigante è l’abitudine rigorosa con cui i romandi mettono l’accento sull’ultima vocale, alla francese, anche quando pronunciano in italiano i nomi di luogo: dicono Luganò e non Lugano, Mendrisiò invece di Mendrisio, e poi Magadinò, Gandrià, Corcapolò, Indeminì. Ma tutto il mondo è paese. Il Tg della Rai 2, parlando delle candidate a "Capitale italiana della cultura 2022" (ha vinto Pròcida, non Procìda), ha detto poco tempo fa "Pieve di Sòligo" (invece di "Pieve di Solìgo", che fra l’altro, oltre che luogo di prosecchi, è il paese di Andrea Zanzotto, il maggiore poeta italiano del secondo Novecento).
In realtà la questione non concerne solo i forestieri. Tutti noi maltrattiamo in vari modi la nostra lingua. Ma quando si tratta di mancare di rispetto all’accento di una parola subito il nostro orecchio ci mette in guardia e il cervello insorge. A volte ce la prendiamo, altre volte ci facciamo sopra una risata. Semmai continuiamo a lamentarci dell’invasione delle parole straniere, cioè inglesi, e ripetiamo che occorre lasciarle dove stanno, anche perché spesso in italiano ci sono termini corrispondenti che vanno privilegiati e via di seguito. Non dobbiamo però dare sempre la colpa agli altri. Il più delle volte siamo noi a non rispettare la nostra lingua. Facendo degli strafalcioni o dimenticando le regole grammaticali più semplici. Quanti di noi sanno ancora che esiste un modo verbale chiamato congiuntivo e dicono "Penso che anche tu lo sai" in luogo di "Penso che anche tu lo sappia"? Capita poi a tutti o quasi di incappare nell’insicurezza. Si dice "pùdica" o "pudìca", "sàlubre" o "salùbre"?
Un fenomeno curioso riguarda i cognomi delle persone. I telegiornali italiani hanno ripetuto fino alla noia il cognome di un ex ministro, Pàdoan, che in realtà si chiama Padoàn (ancorché di origini portoghesi, sant’Antonio da Padova è padovàno, non pàdovano). Così non mancano di chiamare Trévisan, invece che Trevisàn, una tennista italiana, forse originaria di Treviso, e pertanto trevigiàna (non trévigiana). Allo stesso modo il cognome Venier, viene a volte pronunciato Venié, mentre a Venezia si dice appunto Venièr. Che dire poi di Fornasièr, cioè fornaciaio, che diventa Fornasié, con una violenza offensiva nei confronti della dolcezza della parola? C’è proprio bisogno di francesizzare "à la mode" il soave e dolcissimo dialetto veneziano?
20.02.2021


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