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L'italiano d'Italia
come la... plastica
RENATO MARTINONI


A  volte i nostri amici italiani rimproverano noialtri svizzeri di lingua italiana di parlare male la lingua di Dante. "Si sente che non siete italiani", ripetono. "Usate parole che nessuno in Italia comprende". E via di séguito. È vero. Si capisce subito che non siamo italiani, noialtri svizzeri italiani. La nostra pronuncia è assai dissimile da quella dei toscani o dei romani. A volte abbiamo difficoltà a mettere insieme una frase decente, che non puzzi troppo di consuetudini dialettali. Una delle concause sta nel fatto che siamo un popolo tradizionalmente bilingue: parliamo il dialetto in casa e con gli amici e l’italiano a scuola e nelle situazioni formali. E se non sappiamo più il dialetto, ci è rimasto nel profondo il suo retaggio. Se poi andiamo in un supermercato sappiamo che "azione" vuol dire "promozione": cioè che un prodotto viene venduto a un prezzo inferiore a quello abituale. In un supermercato italiano questa parola avrebbe un significato diverso.
Ciò detto occorre andarci piano con i rimproveri. Non è scritto da nessuna parte, se non nell’orgoglio nazionale, che esistano lingue migliori e lingue peggiori. Tutte le lingue hanno la loro dignità. È vero che l’udire qualcuno che parla bene l’italiano, magari con un accento fiorentino o senese, solletica l’orecchio. Ma ci sono siciliani che parlano meglio l’italiano di certi pisani. Perché la lingua non è soltanto l’accento o l’intonazione. La lingua è fatta di parole e le parole vanno usate con la testa, non con il fiato dei polmoni. Spesso poi la storia ci dice che le lingue più prestigiose sono state quelle legate a centri prestigiosi: nella politica, nell’economia, nella cultura. Prestigiosi nel presente, non nel passato. Partendo da questo presupposto diventa facile fare qualche calcolo che serve a sovvertire le impressioni che ereditiamo ma che non necessariamente sono vere nell’oggi.
Se poi ascoltiamo, alla televisione italiana, certe interviste con i magistrati, cioè con gente laureata all’università, c’è da mettersi le mani nei capelli. Un tale che spara all’impazzata per le strade di una città o che rapina una gioielleria diventa subito un "soggetto". "Abbiamo individuato il soggetto", dicono molti figli della burocrazia. "Il soggetto è stato arrestato". "Ora il soggetto sta rispondendo alle nostre domande". Si parla poi tanto di situazioni "in essere". "L’inchiesta in essere ci dice che ecc.". "Lo sciopero in essere sta per finire". "Il maltempo in essere durerà per tutto il fine settimana". "Soggetto" per "uomo" o "donna". "In essere" per dire "che sta succedendo" o "si sta facendo". Che razza di lingua italiana è mai questa? Se poi a dire queste fesserie è un toscano, altro che bella lingua!
11.03.2018


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