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Tre sociologi, la crisi di oggi e le sfide del domani
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La precarietà e la povertà
come compagne di viaggio
PATRIZIA GUENZI E MAURO SPIGNESI


è chi arranca, chi non ce la fa, chi davanti a una spesa imprevista non sa come fare. A livello nazionale 735mila persone vivono in uno stato di povertà. Un fenomeno che, dopo essersi fermato nel 2018, "è ripreso seguendo la tendenza degli ultimi anni", hanno spiegato i ricercatori dell’Ufficio di statistica. E in futuro questo processo rischia di accentuarsi, perché molti potrebbero perdere il treno del lavoro. Così il disagio sociale potrebbe diventare per tanti un inseparabile compagno di viaggio. Per tutta la vita.
"Assistiamo a cicli di lavoro e sociali più brevi. Un trend che ha a che vedere con l’innovazione tecnologica sempre più rapida. Aumenta la produttività e si richiedono competenze che non sempre si hanno", spiega Giuliano Bonoli, professore all’Idheap (Università di Losanna), docente di politiche sociali. "La formazione di un lavoratore - aggiunge Bonoli - dovrà durare tutta la vita attiva, e rivestirà sempre più importanza. Saranno richieste più competenze, il personale dovrà essere sempre più specializzato. Anche i mestieri manuali, penso ad esempio al meccanico di auto, negli ultimi anni si sono trasformati, richiedono buone competenze informatiche, di computer, di robotica. Le nuove generazioni saranno obbligate a formarsi, aggiornarsi e studiare costantemente".
E chi non terrà il ritmo rischia appunto di essere tagliato via da questi processi. Questo in un Paese che nonostante i prezzi alti ha un reddito medio "2,8 volte superiore a quello greco; 1,6 volte superiore a quello italiano; 1,3 volte superiore a quello francese e 1,2 volte superiore a quello di Germania e Austria", dice l’Ufficio di statistica. "Oggi è tutto molto incerto. Ma una certezza c’è: non ripartiremo con un’economia malata, ma con un’economia sana. E allora anche un fenomeno come il disagio sociale dovrebbe riassorbirsi. Da questo punto di vista io resto ottimista". Un ottimismo della ragione, quello del sociologo dell’Università di Ginevra Sandro Cattacin, che aggiunge: "Guardo i numeri e mi dicono che il quadro generale resta buono. Poi è vero che questa crisi ha mostrato un nervo scoperto, cioè la crisi di credibilità delle grandi industrie farmaceutiche. Osserviamo cosa è successo nella vicenda dei vaccini, soprattutto nelle nazioni dove questo genere di imprese sono almeno in parte dello Stato e sono riuscite più rapidamente a dare risposta all’emergenza. Questo ci dice che un settore importante come quello dei farmaci non può essere lasciato in mano soltanto ai privati".
Secondo Bonoli, "c’è però un aspetto su cui si potrà fare poco. Ci saranno generazioni perdute, penso a chi ha sempre fatto un lavoro che è scomparso e non è in grado di riciclarsi, di trovare un modo per continuare ad essere produttivo. Sarà compito dello Stato occuparsi di queste persone, garantendo loro comunque una vita dignitosa invece di lasciarli ai margini della società".
Uno sguardo diverso, dall’esterno, lo offre il sociologo del lavoro Domenico de Masi. "Il problema del disagio sociale - spiega - è comune a tutti i Paesi. È la sintesi di due economie, quella ricca e quella povera, che non sono comunicanti ma mondi a parte, e non è vero che se aumenta la ricchezza diminuisce la povertà". Esistono poveri anche nelle città benestanti e nei Paesi ricchi. "La Svizzera è un esempio - nota De Masi -. È il risultato della cultura neoliberista che ha spinto a creare condizioni quadro vantaggiose, anche in ambito fiscale, per chi sta bene, sostenendo che ci sarebbe stato un travaso di ricchezza verso le classi meno agiate. Non è capitato. Anzi, i ricchi oggi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, perché aumentano precarietà, malattie e la popolazione invecchia. I ricchi hanno un tempo dilatato, hanno soldi e possono aspettare. I poveri no, hanno bisogno di mangiare subito non possono aspettare le riforme o, come in questo periodo, la ripresa economica. Fortunatamente nella storia abbiamo avuto Otto von Bismarck che si è inventato lo stato sociale".
Stato sociale che sta mantenendo tanti a galla, grazie ai contributi pubblici. "Prima della pandemia - fa notare Bonoli - una parte della popolazione riusciva a vivere in modo autonomo, grazie a lavori instabili ma frequenti, a fine mese raggiungeva comunque un reddito accettabile. Con i vari lockdown, un numero importante di queste occupazioni è scomparso. Ed è aumentata la frangia di popolazione sofferente. Prendiamo i ristoranti. Molti sono in vendita. Piuttosto che far fallimento si cerca di vendere. Anche a essere ottimista temo tuttavia che le conseguenze della pandemia si sentiranno ancora a lungo, per anni".
De Masi, che ha studiato le dinamiche che si innescheranno nel mercato dell’occupazione, avverte: "Il lavoro è la sfida del domani e per stare sul mercato un giovane di oggi dovrà essere flessibile, dovrà studiare in continuazione, essere aggiornato, capace di governare i cambiamenti. Altrimenti rischia seriamente di finire ai margini".
20.02.2021


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