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Con le varianti del virus c'è il il rischio di falsi negativi
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Se e quanto le mutazioni
"imbrogliano" i tamponi
ANTONINO MICHIENZI, DIVULGATORE SCIENTIFICO


Con l’emergere delle nuove varianti del virus Sars-CoV sono sorte preoccupazioni sulle conseguenze che potrebbero avere sull’efficacia dei vaccini. Ma c’è un aspetto passato in secondo piano: che impatto hanno le varianti sui test diagnostici? Mettono a rischio la loro capacità di riconoscere le persone infettate dal virus? Se così non fosse staremmo rischiando di farci passare sotto il naso una ripresa dell’epidemia.
Il problema non è semplicemente teorico. Già l’8 gennaio, l’agenzia americana per i farmaci e i dispositivi medici, la Food and Drug Administration, ha pubblicato un documento in cui avvertiva della possibilità che le varianti di Sars-CoV-2 "possano dare risultati falsi negativi ai test molecolari". Ma quanto è reale il rischio?
Per capirlo bisogna fare una piccola digressione. I test usati per la diagnosi di Covid sono essenzialmente di due tipi: i tamponi molecolari che richiedono una complessa procedura di laboratorio basata sulla moltiplicazione di piccoli frammenti di materiale genetico del virus (Pcr) a cui segue una specifica analisi; i test rapidi che si basano sul riconoscimento degli antigeni, cioè porzioni del virus capaci di essere intercettati da anticorpi. Nonostante la grande differenza, i due test hanno una caratteristica in comune: per funzionare non devono riconoscere l’intero virus ma soltanto alcune sue parti peculiari, diverse per esempio dalle altre molecole del nostro organismo o da particelle di altri virus.
Ed è qua che si insinua il rischio: come in un puzzle, se si cambia la forma di un incastro, i pezzi non potranno più combaciare. Per questo l’Fda ha precisato che nessun test può dirsi al riparo dalle mutazioni: "possono verificarsi falsi negativi con qualsiasi test molecolare per la rilevazione di Sars-CoV-2 se si verifica una mutazione nella parte del genoma del virus valutato da quel test".
Le aziende sono in fermento. Ma per il momento sembra che la gran parte dei test disponibili (oltre 1.200 nel mondo) non sia influenzato dalle nuove varianti. La maggioranza delle mutazioni che le caratterizzano riguarda i geni che contengono le istruzioni per costruire la proteina Spike, la componente che dà i caratteristici aculei al virus Sars-CoV-2. E questa caratteristica è ricercata da pochissimi test.
Per quanto riguarda quelli rapidi antigenici, la maggior parte riconosce una porzione di una struttura più interna del virus definita nucleocapside. I test molecolari, invece, il più delle volte cercano più geni contemporaneamente (in Usa, per esempio 152 dei quasi 200 test molecolari autorizzati ha più di un target): anche nei casi in cui tra essi ci fosse la porzione di Rna del virus che fornisce le istruzioni per la proteina Spike, la sua efficacia non verrebbe compromessa.
Ciò non toglie che singoli test sul mercato possano risultare inefficaci. Le aziende stanno monitorando la situazione: Abbott uno dei più grandi produttori di kit diagnostici, ha già fatto sapere che ha condotto analisi sulle nuove varianti "e siamo fiduciosi che i nostri test rimarranno efficaci per individuare questi ceppi". Lo stesso stanno facendo altre aziende e le autorità sanitarie in diverse parti del mondo.
Per ora sembra si possa stare tranquilli: le varianti non correranno sotto traccia perché i nostri test non sono in grado di rilevarle. Ma è una questione da monitorare con attenzione per evitare brutte sorprese.
20.02.2021


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