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Le infermiere in lotta col San Giovanni replicano a Cavalli
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"Chemio solo in oncologia?
L'abbiamo trattata per anni"
PATRIZIA GUENZI


Dica a chi aveva dato l’ordine di preparare tutte le chemioterapie in oncologia. Faccia i nomi. Perché noi, per anni, i farmaci citostatici li abbiamo trattati nel nostro reparto, in chirurgia. Era sotto gli occhi di tutti, mica lo facevamo di nascosto. E non solo il 5-Florouracile, che è liquido. Anche altri medicinali, come il cisplatino, una polvere da far sciogliere con un solvente e poi aspirare con un ago". Non ci sta Maria, così il Caffè, che ha iniziato a raccontare questa brutta storia tre settimane fa, ha chiamato la sessantenne del gruppo di ex infermiere che nella primavera del 2019 ha firmato con altre sei colleghe una lettera di denuncia al San Giovanni di Bellinzona. Maria oggi replica alla "lettera" del dottor Franco Cavalli, primario dell’oncologia all’ospedale San Giovanni dal ‘78 al 2007, pubblicata domenica su queste pagine per "cercare di fare chiarezza su quanto è avvenuto negli anni ‘80".
"Sono profondamente delusa e amareggiata", dice Maria, anche a nome delle sue colleghe che tra gli anni ‘80, ‘90 e all’inizio del 2000 hanno lavorato nel reparto chirurgia del San Giovanni. Oggi sono tutte ammalate, chi di tumore, chi di patologie autoimmuni. "Sicuramente il dottor Cavalli è in buona fede - riprende -, ma perché mai noi non dovremmo esserlo? Perché mai dovremmo raccontare bugie? Cavalli dice che al suo arrivo ha dato ordine di preparare tutte le chemioterapie negli ambulatori di oncologia. Gli credo, ci mancherebbe! Tuttavia, ribadisco, per anni noi abbiamo manipolato farmaci citostatici, sia liquidi che in polvere, senza protezioni adeguate. Addirittura in un locale privo di cappa di aspirazione per le sostanze nocive. Non sarà un caso se tutte ci siamo ammalate e una di noi è morta un anno".
È la durata il concetto su cui insiste Maria. "Anni, non un mese o qualche settimana. Per anni, sistematicamente, abbiamo trattato le chemioterapie nel nostro reparto di chirurgia. Ogni mese una media di due-tre pazienti. E per ognuno un ciclo di cinque giorni. Ovvero, cinque preparazioni. E per ogni paziente a portarci la ricetta, così ricordiamo tutte, erano i medici di oncologia".
Il San Giovanni ha incaricato degli specialisti dell’Ente di effettuare delle analisi sulla base delle cartelle mediche delle infermiere. Nei primi mesi del 2020 la conclusione: "Non c’è evidenza scientifica, nessun nesso di causalità". Maria è stanca di ripetere gli stessi concetti. "È la nostra parola contro la loro...". E ribadisce che lei e le colleghe non hanno chiesto nulla, solo il riconoscimento di malattia professionale. "Preparavamo le chemio per i degenti in chirurgia, all’epoca veniva somministrata subito dopo l’intervento. Potevano capitare anche pazienti di oncologia che avevano un problema chirurgico, quindi venivano ricoverati nel nostro reparto e lì dovevano continuare con la terapia chemioterapica. E anche in questo caso eravamo noi infermiere della chirurgia a preparare i farmaci citostatici".
Infine, Maria si riferisce agli studi, citati nella lettera di Cavalli, sull’urina delle infermiere che preparavano giornalmente le chemio. Studi che non hanno mai segnalato sostanze "pericolose". "Sappiamo tutti che alcune patologie impiegano anni prima di manifestarsi".
pguenzi@caffe.ch
20.02.2021


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