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Va di moda l’espressione "città Ticino". "Città" è un termine che tradizionalmente indica un agglomerato vissuto, dinamico, propositivo. È costruita intorno alla piazza, il nucleo della socializzazione, che è circondata dalle case, dalle strade, dalle botteghe, dalle chiese, dai parchi, dai teatri e via di seguito. "Ticino", oltre che un fiume, da cui prende il nome, indica un triangolo di terra che dalla catena alpina, a cui si aggrappa, si incunea al pari di un pungiglione nelle pianure lombarde. Guardato dall’aereo, esso si presenta come un’area in parte selvaggia, costituita da valli scarsamente popolate, in parte fatta di luoghi in cui l’uomo si è aggregato in comunità chiamate "borghi" o, più pomposamente, "città".
Dire pertanto "città Ticino" significa muoversi fra la realtà e l’utopia. Dipende poi anche dal punto di vista: l’etichetta vale assai più per la mobilità e i trasporti pubblici (ferroviari, non stradali). C’è anche chi, gli urbanisti, considera il Ticino un’estensione di Milano: una "città diffusa", benché periferica nei riguardi del centro. O ancora, per dirla con un’espressione un tempo di moda presso i santoni della comunicazione di massa, come un "villaggio globale".
Si fatica tuttavia a tenere a bada il sospetto che la denominazione, "città Ticino", non sfugga del tutto alle vecchie magagne della "Repubblica dell’iperbole". Il nostro resta un paese montagnoso: poco favorevole pertanto allo sviluppo della città. C’è chi addirittura, affidandosi alle differenze geologiche, distingue fra un’area settentrionale del Cantone, che si sorregge sul granito, e una meridionale, che poggia sul marmo. Ben noto è poi il giudizio di Stefano Fanscini, uno dei "padri" della pedagogia della nazione, che da un lato ricordava che il Ceneri, un "nanetto" fra le montagne, separava Sopraceneri e Sottoceneri, quasi fosse la parete nord dell’Eiger; dall’altro ammoniva come il "patriottismo da campanile" fosse nemico del Cantone assai più dell’Austria, che lo voleva annientare. Le divisioni dovute a interessi piccini e a velleità da oratorio hanno a lungo pesato sulla storia di questo paese. Egoismi e particolarismo sembrano continuare a volerla fare da padrone. Ammesso e non concesso che il Ticino sia destinato a diventare un’unica "città", questo implicherebbe almeno la capacità di convivere e di lavorare insieme per il bene dei cittadini. E invece la tanto auspicata "città Ticino" non ha una piazza (a meno che non si pensi a quella finanziaria di Lugano, vieppiù deserta). Le sue strade, sono canali intasati dal traffico. Le sue parrocchie, templi di battaglie partitiche. Né è tanto sicuro che chi ci vive voglia davvero diventare, da "campagnolo", "cittadino".
06-03-2021 21:30

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