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Loretta Napoleoni
Lehman Brothers
e la fine del sogno Usa
Loretta Napoleoni
Chi è
Esperta di economia internazionale e terrorismo. Ha pubblicato vari libri; l'ultimo uscito è 'Democrazia vendesi'.
Dieci anni fa il grande crollo, un evento terrificante, quasi quanto l’11 settembre. Tutti ne furono colpiti, dai grandi investitori fino ai poveri dei Paesi in via di sviluppo e tutti ricordano che il casus belli fu il fallimento della Lehman Brothers, una delle maggiori banche d’affari americane ed internazionali.
A Londra la storia di questa banca ci viene raccontata come la degenerazione del sogno americano in una rappresentazione teatrale, la Trilogia di Lehman, tratta dall’opera di Stefano Massini e presentata al Piccolo di Milano la scorsa primavera. Massini traccia un legame solido tra capitalismo e sogno americano i cui elementi sono valori etici che possono essere riassunti come segue: senza l’iniziativa privata ed il duro lavoro non esiste ricompensa per l’individuo. Ed è questo il motto che motiva i tre fratelli Lehman subito dopo il loro arrivo negli Stati Uniti nel lontano 1830. Il loro viaggio verso la ricchezza inizia con un modesto negozio a Montgomery, in Alabama, da dove ci si allarga al commercio del cotone, del caffè per arrivare ad investire nelle ferrovie e nel settore bancario. La storia della famiglia Lehman, dunque, corre in parallelo a quella del capitalismo americano.
Tutto cambia negli anni Sessanta, quando l’impero Lehman non viene più gestito dalla famiglia ma passa nelle mani di professionisti da questa ingaggiati. È a questo punto che profitti e ricchezza diventano obiettivi da raggiungere attraverso i servizi finanziari e non più grazie all’investimento nell’economia reale. La storia del declino della Lehman Brothers, dunque, continua a correre in parallelo a quella del capitalismo occidentale, in fondo tutto il sistema ha percorso la stessa parabola discendente. Tuttavia, non è la prima volta che ciò avviene, è successo alla fine del diciannovesimo secolo, nel 1929, negli anni Settanta. Ed ogni volta il capitalismo è stato ricostruito apportando cambiamenti radicali al suo funzionamento.
Nonostante la crisi finanziaria sia stata un devastante fallimento del libero mercato e contrariamente a quanto accaduto in passato, ad esempio negli anni Settanta, i politici hanno a malapena messo in discussione i ruoli relativi del governo e dei mercati. Ecco perché a dieci anni dallo scoppio della crisi del 2008 ciò che colpisce è quanto poco si sia fatto per cambiare il sistema, per renderlo più sicuro. La scomparsa della Lehman, insomma, non ha trasformato l’etica delle banche d’affari né le ha spinte a riabbracciare quella capitalista professata dai tre fratelli Lehman all’inizio della loro carriera. E questo spiega perché sebbene la leva finanziaria sia minore, i limiti di liquidità maggiori e le regole più restrittive, nulla è stato fatto per contenere e ridurre il debito nel settore privato, la causa principale del crollo.
Le critiche non hanno intaccato l’essenza del sistema: qualsiasi riforma strutturale è oggi come dieci anni fa sinonimo di abbassamento delle tasse e de-regolamentazione del mercato del lavoro. Sebbene tutti esprimano preoccupazione riguardo alle disuguaglianze, gli sforzi per ridurle sono stati minimi. I politici, poi, hanno ignorato la pericolosa dipendenza della domanda dal debito, per far crescere la prima bisogna aumentare il secondo. Le attività di monopolio e quelle a somma zero, dove il guadagno dell’uno corrisponde alla perdita dell’altro, continuano ad essere pervasive. Infine, nel dibattito politico e nelle attività finanziarie non si parla mai dei rischi relativi ad una nuova crisi, del tutto simile a quella del 2008.
Non c’è da meravigliarsi se in questo contesto i populisti sono così di moda, data questa inerzia e le difficili condizioni economiche in cui la maggior parte dei cittadini sopravvivono. Ricordiamo che la politica aborre il vuoto e la mancanza di riforme radicali ne conferma l’esistenza. Ed ecco perché idee altrettanto pericolose e divergenti come quelle del presidente americano Donald Trump o di Matteo Salvini, vice primo ministro italiano, finiscono per riempirlo.
09-09-2018 01:00


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