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Esperta di economia internazionale e terrorismo. Ha pubblicato vari libri; l'ultimo uscito è 'Kim Jong-Un - Il nemico necessarioi'.
Negli ultimi dodici mesi mentre l’occidente era concentrato nella lotta contro il Covid, in diverse parti del mondo si è verificata un’involuzione politica che ha eroso sistemi politici più o meno democratici e già profondamente fragili. È però in Asia che l’avanzata dei regimi militari e repressivi ha fatto passi da gigante. Il modello più diffuso è quello tailandese, meglio noto come colpo di stato a termine. Qualche settimana fa i militari di Myanmar hanno cercato di applicarlo in casa loro.
A prima vista ci si chiede perché indire un colpo di stato in un Paese dove la costituzione del 2008, redatta dai militari, concede loro poteri immensi senza attribuire alcuna responsabilità, discriminando apertamente a sfavore di partiti e politici civili. Alla luce dei risultati elettorali degli ultimi anni, però, ci si accorge che le vittorie riportate dal partito Lega nazionale per la democrazia di Aung San Suu Kyi sono state fonte di serio imbarazzo per i militari in quanto schiaccianti. Il pericolo vero è che a lungo andare le forze democratiche strappino ai generali il controllo della nazione, polverizzando il partito da loro sostenuto. Ecco perché si è fatta strada l’idea di seguire l’esempio dei colleghi tailandesi, e cioè accusare di frode elettorale chi ha vinto le elezioni e presentarsi al Paese come i garanti della futura democrazia. Il ragionamento fila, ma Myanmar non è la Tailandia. E vediamo perché.
Dopo il colpo di stato del 2014, quello che portò definitamente al potere la giunta militare tailandese, l’amministrazione pubblica continuò a funzionare in tutto il Paese. A Myanmar invece i funzionari pubblici hanno lanciato il movimento di disubbidienza civile abbandonando gli uffici e rifiutandosi di svolgere le loro mansioni. Per paralizzare lo stato, nelle città e nei villaggi gli automobilisti hanno fermato le macchine in mezzo alla strada facendo finta di trovarsi con il motore in panne. I pedoni hanno organizzato manifestazioni di piazza sbattendo pentole e tegami lungo i marciapiedi.
Altra differenza: la figura dei militari nei due Paesi. In Tailandia i generali riuscirono a presentarsi come i difensori della democrazia, e dunque del popolo, perché la nazione non usciva da cinquant’anni di durissima dittatura militare. A Myanmar, invece, la divisa è sinonimo di repressione brutale e l’idea di tornare indietro nel tempo terrorizza un po’ tutti.
Per ristabilire l’ordine il regime militare di Myanmar ha dovuto usare la forza: per istillare la paura nella popolazione si conducono regolarmente arresti notturni; 23 mila carcerati sono stati liberati per dar spazio ai prigionieri politici. Misure che però sembrano ritorcersi contro la giunta dal momento che la contestazione pacifica e di massa non accenna a scemare.
Il destino di questa nazione ed il successo o l’insuccesso dell’applicazione del modello tailandese, dipende da come il resto del mondo reagirà al colpo di stato. Per ora la comunità internazionale è rimasta alla finestra, in parte perché presa dalla lotta contro il virus. Se la popolazione non cederà, tra qualche settimana non sarà più possibile non intervenire concretamente senza infliggere dure conseguenze a tutta la regione.
06-03-2021 21:30



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