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Lorenzo Cremonesi
La Libia aspetta
lo scontro finale
Lorenzo Cremonesi
Chi è
Nato a Milano nel 1957, come giornalista segue, da oltre 25 anni, le vicende mediorientali dal Libano all'Afghanistan, dal Pakistan all'Iraq.
È una battaglia che assomiglia molto a una schizofrenica guerriglia quella che investe la capitale libica di questi giorni. A momenti di paura diffusa, accompagnata ai rumori minacciosi delle bombe e dei combattimenti nei quartieri periferici, seguono giornate di calma, con il traffico nelle strade quasi normale e la gente sulle spiagge. Aree di negozi aperti si accompagnano a lunghe code ai benzinai, con gli autisti fermi per ore e ore in attesa, e altrettante code di civili per riempire le bombole del gas da cucina diventato raro a difficile da trovare nel centro città.
L’avanzata della Settima Brigata di Tarhuna è però continua, progressiva. "Farse entro un mese il governo di Fayez Sarraj sarà definitivamente battuto e vedremo la fine delle milizie. Allora sarà il momento di Khalifa Haftar e verrà messa alla prova la sua promessa di creare finalmente un esercito unico capace di battere l’anarchia nata dalla guerra del 2011", sostiene Sami Khashkusha, professore di scienze politiche all’università della capitale e attento interprete degli umori più diffusi. A suo parere la crisi attuale, l’ennesima nei sette anni intercorsi dalla defenestrazione di Muammar Gheddafi nell’ottobre 2011, ha radici che risalgono proprio alla "rivoluzione assistita" dalla Nato rivelatasi poi incapace di costruire un Paese funzionante. In effetti Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, incarna oggi il desiderio di restaurazione e di ritorno alla sicurezza dell’era del Colonnello nata in contrapposizione al caos delle milizie. Con lui stanno i Warfalla, Warshafanna, le popolazioni di Sirte, Bani Walid, Tarhuna, larghe zone della capitale, che sono poi i vecchi sostenitori della dittatura.
E il punto che va compreso specie dalle opinioni pubbliche occidentali è che l’intervento Nato contribuì a corrompere le dinamiche interne della rivoluzione. Questo dato fu evidente sin dalle prime battaglie del marzo 2011, quando emerse che i gruppi armati nati dalle sommosse di Bengasi non erano affatto in grado di combattere le forze di Gheddafi. Il Colonnello impiegò tempo a reclutare le forze della repressione. E ciò a causa della natura del suo regime. Lui, ufficiale golpista, aveva costruito una ricca e complessa rete di rapporti personali con i leader delle massime tribù del Paese. In 42 anni di dittatura non aveva mai voluto uno Stato moderno funzionante con istituzioni centralizzate che potessero mettere in dubbio il suo potere personale. La frammentazione era stata dominante. Anche l’esercito non era altro che una lunga serie di brigate indipendenti le une dalle altre destinate a controllare l’ordine pubblico locale, ma mai generale. Così, allo scoppio delle sommosse, Gheddafi si era recato personalmente dai vari capi tribali offrendo denaro, armi e potere in cambio del loro intervento in sua difesa. C’era voluto oltre un mese. Ma alla fine i suoi uomini erano pronti. E se non fosse intervenuta la Nato a partire dal 21-22 marzo 2011 a sostenere i rivoltosi, con le sue armi sofisticate in pochi giorni Gheddafi avrebbe ripreso il pieno controllo della situazione.
Da allora e sino al linciaggio del rais il 20 ottobre alle porte di Sirte la dinamica degli scontri fu sempre la stessa: ogni volta che i ribelli erano in difficoltà, arrivava "mamma" Nato a dare una mano. La conseguenza fu che tra le varie milizie mancò quella sorta di selezione naturale del più forte che in genere caratterizza i fenomeni sociali violenti di questo tipo. Tutti i capi milizia, i sindaci, i leader di movimenti di protesta, si presentarono come legittimi aspiranti alla guida del Paese. Il ruolo della Nato fu poi convenientemente e furbescamente dimenticato. Nessuno di loro aveva perso, tutti avevano vinto e ognuno si sentiva in diritto di comandare. La democrazia fu confusa con il governo di tutti, come fu evidente alle tornate elettorali del 2012 e 2014.
Oggi tanti persino tra le milizie di Misurata, le più accese contro Haftar, sono stanchi, non vogliono più combattere e sono pronti ad accettare un periodo di transizione in cui un potere forte e centralizzato sia in grado di porre fine all’anarchia. Riuscirà Haftar a mantenere le sue promesse? Difficile dire, lui stesso deve continuamente mediare con i suoi alleati. Ma certamente l’era di Sarraj ha i giorni contati.
23-09-2018 01:00


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