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Lorenzo Cremonesi
Nella base americana
"Pronti, qui in Corea"
Lorenzo Cremonesi
Chi è
Nato a Milano nel 1957, come giornalista segue, da oltre 25 anni, le vicende mediorientali dal Libano all'Afghanistan, dal Pakistan all'Iraq.
A prima vista sembra uno scenario d’altri tempi, come se la Guerra fredda non fosse mai finita, quasi un museo di dinamiche militari morte e sepolte. Ma in realtà è proprio parlando con i militari americani sul campo che si scopre che quello che fu lo scenario bellico marcante l’inizio del braccio di ferro muscolare tra Washington e Mosca appena cinque anni dopo la fine del secondo conflitto mondiale resta più pericoloso e volatile che mai. La causa? "Le tensioni pericolose venutesi a creare tra il giovane Kim Jong Un e Donald Trump. Due personaggi inaffidabili, poco se non nulla controllabili. Dal punto di vista razionale parrebbe impossibile anche solo pensare ad una guerra nucleare. Ma entrambi sono emozionalmente irrazionali. Non sarebbe la prima volta che dalla retorica bellicosa si passi ai tiri di missili", confidano preoccupati alte fonti del Pentagono ai reporter di guerra americani.
La verità sussurrata tra i massimi responsabili del più forte esercito del mondo è che le elezioni di Trump hanno introdotto elementi di estrema volatilità forieri di reazioni incontrollate. "Il recente viaggio di Trump tra Cina e Corea del sud non ha spostato di un millimetro la questione. Continuo a credere che le possibilità di guerra entro la prossima estate siano almeno del 51 per cento e causa di una provocazione lanciata da Kim Jong Un", sostiene senza mezze parole il generale a quattro stelle oggi in pensione Barry McCaffrey, che nel passato ha servito a lungo in Corea, prima di diventare docente alle migliori accademie militari Usa oltreché consigliere di vari media a Washington. Il casus belli resta la questione dei missili balistici nord coreani in grado di lanciare testate atomiche tattiche sul territorio americano. Pare possano essere operative in pochi mesi. Sull’ultimo numero di "Foreign Affairs" si paventa persino entro il 31 dicembre 2017. Se ciò fosse vero significherebbe che lo scenario è totalmente nuovo: la deterrenza contro il regime di Pyonyang diventa assolutamente problematica e molto simile a quella che caratterizzò lo scontro Usa-Urss dal 1950. Non a caso ormai si paragona la questione coreana alla crisi della "Baia dei Porci" e il momento di massima tensione tra mondo occidentale e universo sovietico con l’arrivo dei missili russi a Cuba.
Ma la grande novità resta la presenza alla Casa Bianca di Trump. Alcuni alti ufficiali americani oggi pienamente operativi tra i vertici militari si sono spinti a confessare in modo assolutamente confidenziale a Richard Engel, noto inviato di guerra dell’emittente americana Nbc, di "non dormire più la notte a causa dell’incubo rappresentato da una guerra atomica destinata a causare centinaia di migliaia di morti in pochissimo tempo". Altri rivelano di essersi andati a rileggere la carta costituzionale americana per capire quali libertà di scelta abbiano tra il dovere militare di obbedire agli ordini e i dettami morali della coscienza personale nel caso dovessero considerare proprio quegli ordini la causa di massacri di intere popolazioni. È un dilemma antico in effetti e attualizzato allo scenario odierno.
Per capirne di più ci siamo recati Camp Humphrey, una sessantina di chilometri a sud di Seul e meno di cento dalla zona demilitarizzata che divide Corea del Sud dal Nord. Si tratta dalla più grande base Usa oltremare. Al momento è in pieno rinnovamento. Entro un anno infatti è previsto che ospiti la quasi totalità dei circa 29.000 soldati Usa stanziati nel Paese, che assieme alle loro famiglie supereranno quota 60.000 persone. Negli ultimi dieci anni infatti sono stati smantellati un centinaio tra campi e basi avanzate minori. L’intenzione è razionalizzare e le spese e soprattutto assicurare ai cittadini americani nella regione un riparo sicuro dalle armi non convenzionali del Nord. "Ovvio che c’è tensione. I nostri corpi scelti sono al momento impegnati in vaste operazioni d’addestramento lungo il confine", ci racconta Bob McElroy, che dal 1978 è stato militare combattente in varie missioni in Corea e oggi, a 62 anni, ha l’incarico di coordinare gli aspetti logistici di Camp Humphrey. Così aggiunge: "Però non siamo in allarme particolare, visto che qui noi siamo sempre in allarme. In caso di attacco nucleare, le nostre truppe sono in posizione e pronte all’offensiva entro due ore dalla prima sirena". In quel frangente il comando dei circa 650.000 soldati sudcoreani passerebbe automaticamente agli ordini dell’esercito americano. Una situazione però che proprio l’arrivo di Trump sta modificando. "Non vogliamo che il nostro esercito sia una colonia Usa. Rivogliamo indietro la nostra sovranità", gridavano i partiti e i movimenti della sinistra a Seul durante il passaggio del convoglio presidenziale Usa.
19-11-2017 01:00


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