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Nella tana degli affetti
per sentirci meno soli
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Per le famiglie servono
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Elisabetta Moro
L'analisi
Nella tana degli affetti
per sentirci meno soli
Elisabetta Moro
Chi è
Elisabetta Moro è professore di antropologia culturale, mitologie contemporanee e tradizioni alimentari del Mediterraneo all'Università di Napoli.
Strade vuote e case piene. Il coronavirus cambia le nostre giornate, sconvolge i nostri usi e costumi. E ci costringe ad una convivenza forzata alla quale non eravamo preparati. Nei giorni scorsi Papa Francesco ha detto che quest’affollamento domestico, inatteso e prolungato, potrebbe diventare “un’occasione per ritrovare i begli affetti”. In effetti nelle parole del Pontefice c’è un deposito di saggezza che viene dall’esperienza delle generazioni che ci hanno preceduto.
In effetti nelle parole del Pontefice c’è un deposito di saggezza che viene dall’esperienza delle generazioni che ci hanno preceduto e per le quali la casa non era un dormitorio, né un laboratorio, né un posto da cui si scappa, sia per andare al lavoro sia per impiegare il tempo libero. Forse questo è davvero il momento giusto per trasformare la paura e l’ansia in una riflessione sul nostro modo di vivere. Intanto, il timore e l’apprensione possono giocare positivamente proprio in questo senso, perché ci spingono a stringerci agli altri per sentirci meno soli e meno fragili. E fanno passare in secondo piano le paturnie, le impazienze, gli stress da convivenza. Adesso lo stress è lo stesso per tutti. E viene spontaneo vedere in quelle quattro pareti che di solito ci stanno strette, un’oasi, un  pieno di calore che ci difende dal grande freddo di fuori. In questi casi la famiglia ridiventa la tana degli affetti, il ricovero primordiale. Proprio perché c’è un nemico esterno da combattere, contro cui far fronte comune. In questo periodo in cui i genitori lavorano a casa, i figli non vanno a scuola, nonni e babysitter vengono meno, siamo costretti a cambiare abitudini consolidate in maniera repentina. Anche questa, però, è l’occasione per fare di necessità virtù e costruire nuovi usi che potrebbero rivelarsi preziosi quando saremo usciti dall’emergenza. In fondo adesso siamo costretti a fare molte di quelle cose che spesso abbiamo desiderato. Non andare a scuola, poter lavorare comodamente nel proprio soggiorno, avere più tempo per sé. Certo la causa di questa libertà è drammaticamente intempestiva. Ma spesso le grandi scosse fanno uscire fuori il meglio di noi stessi. In questo senso questo crudele virus ci costringe a fare esperimenti di vita, a trasformare la nostra casa in un laboratorio di comunità. Mamme e papà possono finalmente disporre di quel tempo genitoriale di cui lamentiamo sempre la mancanza, vista la corsa forsennata cui siamo costretti. Questa stangata piovutaci fra capo e collo ci impone e ci consente di fermarci un attimo a riflettere, a ripensare il nostro train de vie, a fare un bilancio per cercare di capire quel che è veramente importante e quel che non lo è.
E in situazioni come queste i riti diventano importantissimi. Perché i gesti ripetuti, i comportamenti reiterati consentono di non disunirci, di non sentirci del tutto spaesati. Non c’è nulla di peggio che la perdita delle abitudini, della routine che rassicura. È l’idea di un ordine che continua nonostante tutto. Fuori c’è quel che c’è, ma dentro restiamo noi. È proprio per scongiurare il caos che, da che mondo è mondo, gli umani hanno inventato i rituali. Ecco perché stiamo ricorrendo a quel potentissimo rito unificante che è il canto. Un coro, di balcone, di ringhiera, di condominio, di quartiere che ci fa sentire uniti, affratellati, tutti nella stessa barca. Cantare insieme è un esorcismo collettivo contro un nemico comune, che ha l’effetto di trasformare le voci disperse di una moltitudine impaurita nell’eco rincuorante di una comunità che si chiama. E finalmente si risponde.
22-03-2020 01:00




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